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Prospettive
Ora non è più così. Passata la
fase dell'emergenza dovuta al
fenomeno terrorismo, Castel
San Giacomo è tornato ad
essere un carcere "normale".
Da anni si parla
dell'opportunità di chiuderlo,
essendo stato classificato tra
i penitenziari italiani vecchi
e fatiscenti, per costruirne
uno nuovo. Scartata la prima
ipotesi di realizzarlo in
contrada Arena, vicino al
villaggio "Quattro rose", su
un'area di 90.000 m2 con un
primo stanziamento di 120
miliardi, il carcere si sta
ora trasferendo vicino alla
Praia, presso la vecchia
struttura carceraria (ex
Officine di Lavorazione dei
detenuti).
La popolazione carceraria
attualmente è composta da
circa 90 detenuti; i vardiani
(gli agenti di Polizia
Penitenziaria) sono un
centinaio, i due terzi dei
quali sono isolani. Il carcere
è classificato di media
sicurezza, i detenuti che
hanno scontato oltre metà
della pena hanno il permesso
di uscire scortati per fare
lavori socialmente utili, ad
esempio la pulizia delle
spiagge. Partecipano ad
incontri di calcio con
i ragazzi dell'isola, alle
gare di pesca; hanno il
permesso di allestire la
mostra dei prodotti
artigianali in locali pubblici
del centro, ma solo nel
periodo in cui il numero dei
turisti è in fase di
diminuzione; possono svolgere
attività teatrale in piazza.
Tutte le carceri italiane nei
primi anni Ottanta erano sotto
il rigido controllo del
generale Dalla Chiesa, altre
isole avevano il "loro"
carcere, oggi di carceri se ne
trovano solo all'isola di
Gorgona e a quella di
Favignana. Gli esperti in
materia carceraria ritengono
che mantenere un'isola
penitenziaria è molto costoso
per lo Stato, considerando il
trasferimento dei detenuti, il
trasporto viveri, le missioni
del personale...
Un'isola-carcere si giustifica
solo per ragioni di massima
sicurezza o di massima
libertà. Un trasferimento
all'isola di Gorgona è un
trasferimento premiale.
Spesso ci si dimentica che il
carcere ha come finalità il
recupero e il reinserimento
dei condannati nella società.
E anche l'istruzione svolge
spesso un'utile funzione, come
lascia intendere Francesco
Bologna, che per 30 anni è
stato maestro nel carcere di
Favignana.
Nei primi anni '50 venni
assunto come maestro tramite
richiesta del Commendatore
Giuseppe Mostacci, allora
direttore del carcere (padre
di Raoul, che fu sindaco).
Richiesta fatta al
Provveditorato agli Studi di
Trapani. Prima di me c'era
stato Vitu Fumu (Vito
Tedesco). Dopo otto anni,
passai di ruolo per concorso.
All'inizio facevo quattro ore
al giorno: due al mattino e
due di pomeriggio, rispettando
gli orari del carcere. Poi,
quando passai di ruolo, facevo
il pomeriggio dalle 17 alle
20. Regolarmente, dal 1° di
settembre al 30 giugno, poi
dal 1° di ottobre al 30
giugno. Era una scuola
elementare a tutti gli
effetti; gli allievi facevano
gli esami con la commissione
formata da me, dal direttore
del carcere e dal direttore
didattico.
Quanti erano i carcerati in
aula?
Di media erano una ventina.
C'era un continuo turn over;
sai, chi finiva la pena, chi
veniva trasferito...
Poteva capitare che uno fosse
di seconda elementare, un
altro di quarta...
Difatti era una pluriclasse.
La licenza era regolare.
Potevano utilizzarla
all'estero. Alcuni lo
facevano, anche se dovevano
restare in carcere per
moltissimi anni. Ai più bravi
consigliavo di cambiare
carcere per continuare la
scuola, perciò andavano in un
carcere più attrezzato. Oggi
qui hanno anche la scuola
media.
Ha mai avuto problemi con
loro?
In trent'anni, mai avuto
problemi con loro. Bisogna
dire che in aula c'era sempre
una guardia. Alcuni, alla fine
della pena, sono venuti a
trovarmi in casa per
dimostrarmi la loro stima, per
ringraziarmi. Ho vissuto il
lato umano; mi facevano pena;
meglio non starci dentro al
carcere.
Durante il periodo delle
Brigate Rosse, ne avrà
conosciuti di brigatisti...
Come no! Tra i più famosi. Ma
loro non venivano a scuola,
non ne avevano bisogno:
leggevano ed erano
acculturati... |