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I deportati libici
 Una prima deportazione di prigionieri libici avvenne durante la guerra italo-turca (1911-1912) essendo la Libia sotto il controllo della Turchia. Una seconda deportazione dei libici verso l'Italia avvenne pochi anni dopo, durante la prima guerra mondiale (1915-1918).
 Prima di far arrivare i deportati libici a Favignana, vennero trasferiti tutti i coatti che si trovavano nella colonia favignanese perché bisognava far posto ai libici, che sarebbero arrivati numerosi. I primi di loro arrivarono nel novembre del 1911; poi, nel successivo mese di febbraio, ne arrivarono 431 (il responsabile della infermeria della colonia dottor Mirabella ne contò 400).
 La loro età variava dai 15 ai 70 anni; molti erano ventenni. Alcuni furono sistemati nei cameroni, altri in carcere. Secondo una ricerca condotta dallo studioso Rainero, nell'isola di Favignana dal 1912 al 1920, ci sono stati 1757 libici internati.
 Tra questi, nel 1912 si trovò anche il poeta Fadil Hasin Ash — Shalmani, che elevava la sua protesta soprattutto quando, prima di essere avviato ogni giorno ai lavori forzati, veniva esaminato da un "capo cristiano". Egli scrisse: siamo in piccole celle, pressati, senza la luce del sole, le porte di ferro serrate. E ovunque io guardi, non vedo che italiani.
 In alcuni cameroni vennero ammassati anche una sessantina di uomini, tenuti in pessime condizioni igieniche. In ogni camerone, vi era una giara di acqua ed una bombola al cherosene. Nei primi tempi,
 i prigionieri dormirono per terra, sopra uno scarso strato di paglia, subito diventata sudicia perché non veniva cambiata a scadenza ravvicinata. Non furono fornite le coperte. I finestroni sbarrati erano senza vetri. Il vestiario non era adeguato e non veniva cambiato spesso.
 Presto molti di loro si ammalarono. Si decise allora di sistemarli nelle brande dove prima dormivano i coatti. Il vestiario venne cambiato, ma il nutrimento restò scarso e scadente. Il numero degli "ospiti" per camerone non diminuì. Così si facilitò il diffondersi delle malattie infettive.
 Un simile trattamento venne riservato a tutti gli arabi relegati nelle colonie penali in altre parti d'Italia: Ustica, isole Tremiti, Ponza. Del resto, era lo stesso governo a suggerire di limitare il più possibile le spese per i deportati arabi.
 Ogni giorno il medico Mirabella con i suoi colleghi si imbatteva in queste malattie infettive: tbc, polmonite, bronchite, tifo, colera, deperimento, malattie intestinali. Alcuni deportati vennero ricoverati nella infermeria della colonia; quelli più gravi furono portati al lazzaretto. A causa di queste malattie, morirono 354 deportati libici, moltissimi di loro nel carcere, dove una attrezzata falegnameria forniva le casse da morto necessarie. La mancanza di mezzi e forse anche una certa trascuratezza influirono certamente sulla tragica situazione. La documentazione d'archivio indica che un'epidemia di colera era già presente fra i relegati prima ancora che venissero imbarcati sui piroscafi diretti alle colonie di reclusione .
 Presto un'altra malattia si aggiunse a quelle già esistenti: la nostalgia. Essa colpi tutti i deportati nelle colonie. A Favignana in particolar modo, alcuni dormivano pochissimo e si ammalarono di depressione rifiutandosi di mangiare e di parlare. Un relegato cominciò a scambiare i favignanesi per suoi compaesani. Tutti i deportati venivano chiamati con il numero loro assegnato.
 Durante la prima guerra mondiale, quando i giovani egadini partirono per la guerra, a Favignana risultò utile utilizzare questa manodopera, ovviamente sottopagata. Così, ai più sani fu data la possibilità di lavorare, sempre scortati dalle guardie di P. S. Alcuni andarono in campagna a mietere il grano e a svolgere altri lavori; altri furono mandati allo stabilimento Florio, che in quel tempo (tra operai, impiegati e tonnaroti) dava lavoro a circa mille persone. Poco curati, morivano come mosche e, appena non davano segni di vita, li portavano al cimitero. Bisogna riconoscere che, in generale nelle colonie penali, nei confronti di questi relegati si ebbe un comportamento razzista. A tal proposito risulta interessante lo studio fatto sui libici di Favignana dal dott. Mirabella, che si incaricò di loro per oltre otto mesi:
 "Il mio esame conferma pienamente quanto hanno dimostrato i luminari delle scienze antropologiche, difatti, l'esagerata lunghezza del viso dà ai libici la figura animalesca...
 ...Nessun libico ha la barba folta, a differenza del normale italiano: questa constatazione convalida la credenza popolare e, difatti nessun essere umano uguaglia il libico in criminalità ed in qualità morali peggiori... ...I libici usavano tanto tatuarsi da superare i delinquenti italiani!
 Finita la guerra, i deportati libici sopravvissuti vennero rimpatriati. La "Sentinella Bresciana" di sabato 22 aprile 1916, titolando "Ostaggi tripolini in Italia rimandati in Libia", informava che "Numerosi ostaggi tripolini di Ustica e Favignana sono stati rimpatriati per ordine del generale Ameglio, che li aveva fatti tradurre in queste isole. É anche partito per Tripoli il capo arabo Abda-ben- Moamed. Questo richiamo di ostaggi lascia credere ad uno scambio con i nostri prigionieri.

 

 



 

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