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 Guglielmo Pepe
Nato a Squillace (Catanzaro) nel 1783, Guglielmo Pepe da giovane fu accusato di aderire alla Carboneria e condannato dal governo borbonico. Spedito a Marettimo insieme a Nicola Ricciardi, avvocato di Foggia, venne rinchiuso nel castello di Punta Troia e precisamente nella cisterna d'acqua svuotata e adibita alla bisogna come "fossa", dove trovò l'avv. Nicolò Tucci" e il ten. Ferdinando Aprile di Caltagirone.
Altri patrioti, che ebbero la sventura di conoscere la "fossa" di Marettimo, furono l'arciprete Vincenzo Guglielmi e il generale Bassetti, esponenti della Repubblica napoletana.
Tutti insieme stavano nella fossa larga due metri e lunga sette. L'altezza era disuguale perché aveva la volta incurvata nelle due estremità, perciò potevano stare in piedi solo nel mezzo della cisterna. Anche se l'imboccatura di questa cisterna era sempre aperta, di luce ne entrava poca; quando pioveva vi entrava l'acqua, che creava umidità e attirava tanti insetti.
Guglielmo Pepe ebbe modo poi di raccontare le proprie vicende carcerarie: "...condannato il resto dÈ miei giorni dentro la fossa del Marittimo ergastolo, orribile e senza eguale in Europa, Marittimo è l'anagramma di morti mia. "73
Egli seppe approfittare del fatto che il comandante del castello avesse tanti figli e una paga misera. Versandogli una ricompensa, riuscì a farsi trasferire, insieme ad un altro condannato, a Favignana in una fossa del castello di Santa
Caterina, che era affidato allo stesso comandante.
Guglielmo Pepe ogni mese offriva del denaro al comandante che, quando non era ubriaco, era di buon carattere. Fu così che ebbe un trattamento meno duro: a differenza di altri condannati, egli poteva muoversi abbastanza liberamente e riuscì anche a farsi mandare dagli amici i libri per poter leggere e studiare.
Guglielmo Pepe, con l'altro reo di Stato (condannato politico) da lui sempre citato con una X, rimase tre anni a Santa Caterina insieme ad altri trenta forzati (condannati comuni), che venivano tenuti legati alla catena a due a due e, di giorno, lavoravano per mantenere pulita la fortezza.
Durante la prigionia, il giovane Pepe architettò, insieme all'altro reo di Stato, la presa del castello di Santa Caterina per permettere la fuga dei trenta forzati. Ecco come andò.
D'accordo con i coatti comuni, si stabilì che i due prigionieri politici sarebbero rimasti imprigionati per far intendere all'autorità di essere estranei ai fatti ed ottenere così un riconoscimento di buona condotta ed il trasferimento in una
prigione meno dura. Essi spiegarono bene il piano ai forzati, assicurando loro che avrebbero avuto assistenza e denaro.
Vennero definite le modalità della fuga: bisognava agire al calar della sera, dopo aver predisposto una barca per raggiungere la Sicilia. Fu raccomandato a tutti di non sparare per non allarmare l'isola. I forzati, capeggiati da un coraggioso siciliano di nome Sciaino, ben volentieri accettarono. Non avrebbero incontrato difficoltà perché al comandante piaceva il vino e gradiva molto i doni, in cambio dei quali consentiva ai detenuti una certa libertà di movimento all'interno del castello. La sera stabilita, i condannati offrirono del vino alle guardie e fecero in modo che si riunissero tutte in una sala per potervele rinchiudere facilmente. Sciaino si occupò del comandante del forte, mentre le guardie addette al controllo esterno furono immobilizzate da due forzati usciti con il pretesto di portare fuori l'immondizia. In poco tempo, tutti i forzati erano armati di fucili. Il comandante, sua moglie, le guardie, Gugliemo Pepe e il reo di stato X vennero incatenati e calati nella fossa. Come convenuto, Guglielmo Pepe durante il trambusto raccomandò loro, facendosi ben sentire da tutti, di trattare bene il comandante e di chiudere la moglie nelle sue stanze. Ricevette un rifiuto minaccioso e, per continuare bene
la "sceneggiata" gli furono tolti gli stivali e il vestito. Dopo essere stati tutti spinti dentro la fossa, venne chiuso davanti ai loro occhi un robusto cancello di ferro, davanti al quale venne accatastata molta legna per fare in modo che
venissero liberati il più tardi possibile. Sciaino e gli altri forzati raggiunsero presto una spiaggia fuori dal paese.
Escluderei che si trattasse della Praia, perché vi erano alcune case di pescatori ed il forte San Giacomo abbastanza vicino, oltre al fatto che avrebbero dovuto attraversare con la barca tutta la grande baia (chiamata a quel tempo "Cala Grande"), la cui banchina era piantonata giorno e notte dalle guardie borboniche. Dopo aver disceso il colle, è molto probabile che gli evasi abbiano attraversato la spiaggia Marasolo per arrivare nella vicinissima Punta Lunga, senza dubbio un posto più tranquillo, dove c'erano solo alcune baracche di pescatori. Da questo punto è facile pensare che, dopo essersi impadroniti di una barca e aver costretto alcuni marinai a trasportarli, abbiano fatto rotta per Marsala. Arrivati sulla costa siciliana, dopo un po' di marcia ritennero di essere ormai al sicuro e commisero l'errore di liberare i marinai. Costoro, infatti, avvisarono subito l'autorità, che sorprese i fuggitivi mentre si riposavano in un campo; così furono tutti ripresi, tranne tre,che rimasero uccisi nello scontro a fuoco, e Sciaino, che ebbe la fortuna di rifugiarsi a casa di un prete e, ad acque calme, riuscì poi a fuggire per Genova. I favignanesi restarono molto meravigliati per questa e fuga. Il comandante di Santa Caterina fu messo agli arresti. Ai due rei di Stato venne riconosciuta la buona condotta mantenuta durante la presa del castello e furono trasferiti 'a Culummara, una vecchia prigione meno dura, a Trapani. Guglielmo Pepe ed il suo amico uscirono dal carcere quando, nel 1806,il trono del Regno delle due Sicilie fu affidato a Giuseppe Bonaparte. I francesi suoi liberatori vollero il Pepe tra loro nominandolo Tenente Colonnello e poi Generale.

 

 



 

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