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Giovanni Nicotera
Ma torniamo al nostro racconto
storico. Nel 1816 ritornarono
al potere i Borboni, che
riservarono la fossa di Santa
Caterina ai soli condannati
politici.
Vi furono così rinchiusi i
patrioti siciliani del 1812 ed
i partecipanti alla spedizione
di Sapri, tra i quali si era
distinto il barone Giovanni
Nicotera.
Nato a Sambiase (Catanzaro)
nel 1828, Giovanni Nicotera
nel 1849 aveva partecipato,
con Garibaldi, alla difesa della
Repubblica Romana dove, ferito
ad un braccio e creduto morto,
aveva rischiato di essere sepolto
vivo. Nel 1857 partecipò con
Carlo Pisacane alla spedizione
di Sapri, che risultò un disastro:
molti patrioti vi lasciarono
la vita e Pisacane, per non
cadere prigioniero, si sparò.
Il trentenne Giovanni Nicotera
e una sessantina di uomini della
spedizione furono arrestati
e condannati all'ergastolo.
Imprigionati prima 'a Culummara
per alcuni giorni, a metà settembre
del 1858 il "gruppo"
venne trasferito a Favignana.
Erano stati incatenati a due
a due con una catena lunga 4
metri del peso di 16 chili;
quando giunsero a Favignana,
il loro arrivo fu comunicato
con un colpo di cannone; così
si usava quando arrivavano dei
condannati. La maggior parte
di loro furono rinchiusi nella
"fossa" del forte
San Giacomo. Il Nicotera finì
invece nella "fossa"
del forte di Santa Caterina,
"luogo tranquillo e sicuro...",
insieme ad altri quindici patrioti
quasi tutti del Nord Italia:
Giuseppe Santandrea, Domenico
Porro, Felice Poggi, Gaetano
Poggi, Cesare Faridone, Francesco
Medusei, Giovanni Camillucci,
Cesare Cori, Domenico Mazzone,
Achille Perucci, Giuseppe Faeli,
Carlo Rota, Giuseppe Mercuri,
Pietro Rusconi, Amilcare Bonomi.
Giovanni Nicotera fu
incatenato da solo in una
stanza buia e fangosa nota
come "stanza dell'asino" per
l'odore puzzolente che
emanava, poiché era lo scarico
dei liquami degli altri
condannati. La cella era larga
2 m, lunga 6 m e alta 3 m.
Nicotera vi rimase circa sei
mesi. Diverse volte rischiò di
morire soffocato, perché era
collocato vicino alla cucina
militare, che causava molto
fumo, invadendo la sua fossa,
che per di più era infestata
da zanzare, topi e scorpioni.
Quando pioveva, dal terreno
spuntava l'acqua che pian
piano s'innalzava, fino a
creare una pozzanghera. Una
volta Nicotera tentò il
suicidio, ma le guardie
riuscirono ad accorgersi in
tempo e lo fermarono.
Tentarono molte volte di
convincerlo a chiedere la
grazia, ma il barone si
rifiutò sempre.
Il padre Felice Nicotera,
saputo in quale condizione
stava scontando la pena suo
figlio, tentò di convincere
(anche tramite numerosi
regali) il comandante del
forte a trasferirlo a castel
San Giacomo.
Tra le pareti dove era
infossato il giovane Nicotera,
sono rimaste due iscrizioni di
suo pugno, la prima dice: "Oh
tu che avrai la sventura di
stare in questo luogo
preparati a soffrire tutti i
tormenti, sarai perseguitato
da migliaia di zanzare,
oppresso dal fumo, quando
piove, vedrai l'acqua dal
suolo, sarai afflitto da forti
dolori a causa dell 'umidità
che ti farà trovare bagnato,
sarai appestato dal fetore del
vicino luogo immondo." L'altra
dice: Qui fu sepolto vivo lo
sventurato ergastolano
politico Giovanni Nicotera.
Il medico chirurgo del bagno
San Giacomo dopo esser salito
per l'ennesima volta al forte
Santa Caterina dopo averlo
visitato certificò: "...Dalle
spesse visite fatte
all'ergastolano Nicotera nelle
prigioni di Santa Caterina, in
questa ho avuto luogo
conoscere essere di gracile
complessione continuamente
travagliato da reumatismo che
alla spesso viene accompagnato
da febbre. Favignana 7
febbraio 1859 Alberto
Caligarsia 3°
chirurgo."Raccontò Andrea Li
Volsi, il farmacista
antiborbonico:
Quando Nicotera era a Santa
Caterina malato di bronchite,
gli fu concessa una visita Giovanni
Nicotera,medica. Andò a visitarlo
il dottor Caligarsia, che gli
lasciò una ricetta.Nicotera
strappò una piccola striscia
di carta bianca dalla
ricetta e vi scrisse un breve
messaggio con il succo di limone.
Quando ebbe visita della guardia
Scalfida, lo pregò vivamente,
lo esortò a consegnare a me,
oltre la ricetta, quel pezzo
di carta. La guardia si arrese,
venne da me e mi
consegnò la striscia di carta.
Capii che doveva esserci scritto
qualcosa con il succo di limone;
ci passai sopra la tintura di
iodio e comparve il messaggio,
che diceva: "Se appartenete
alla bandiera della Patria oppressa,
vi incombe certamente il
dovere di non ricusarmi il vostro
fraterno aiuto. Ho bisogno di
far pervenire una mia lettera
al console d'Inghilterra in
Trapani o Palermo. Volete, potete
accogliere le mie preghiere?Gradite
i miei ringraziamenti e un saluto
dal vostro fratello
Nicotera". Io scrissi subito
la risposta con una soluzione
d'amido, ci aggiunsi sopra un
boccettino di tintura di iodio
ed insieme alla medicina la
feci recapitare al prigioniero.
La mia risposta diceva: "Mandate
quello che volete, chiedete
tutto
ciò che possa occorrervi,
fidate intieramente nello
Scalfida, uomo tutto mio, e
nel vostro fratello ".
Il 16 marzo 1859 venne trasportato
"a quartaredda" (a
braccia) a Castel San Giacomo,
dove ebbe una carcerazione meno
dura. Fu assegnato alla cella
29, dove rimase più di un anno
con la catena ai piedi."
Dal carcere di Castel San Giacomo,
Nicotera riusciva a comunicare
con i suoi amici fuori dall'isola
e con il consolato inglese a
Palermo tramite i pizzina (bigliettini),
che i carcerieri Francesco D'Ancona
e Giuseppe Bussetta portavano
fuori nel pane o nel fondo di
una bottiglia, facendoli pervenire
al farmacista Andrea Li Volsi,
il quale li faceva avere al
Comitato Insurrezionale di Trapani.
Con lo stesso sistema, i pizzina
entravano in carcere. Quando
il vecchio guardiano Franco
D'Ancona pensò di essere sospettato,
decise di far recapitare i messaggi
scritti facendoli cucire dentro
la suola delle scarpe dal calzolaio
del carcere, Vito Fina."
Il sistema di condanna usato
dai Borboni nei confronti dei
rei di Stato era quasi sempre
lo stesso, cioè cercare di far
apparire di animo buono il re
delle Due Sicilie. Ai rei di
Stato condannati a morte, la
pena veniva spesso commutata
in ergastolo oppure a 20 anni;
alcuni di loro vennero liberati
dopo pochi anni. Quando i orboni
proposero la libertà ai rei
di Stato rinchiusi nelle "fosse"
di Favignana, a patto che si
imbarcassero su una nave diretta
in Argentina, tutti rifiutarono.
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