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L'intera zona
nord-orientale di Favignana
è fatta di tufo e presenta l'aspetto
assolutamente singolare di innumerevoli
cave, grotte, sprofondamenti
ed erosioni.
Il tufo fu per secoli, insieme
con la pesca e l'agricoltura,
fonte primaria di guadagno per
la popolazione; dentro questa
roccia sedimentaria si muoveva
un piccolo esercito di cavatori
abilissimi e intorno a loro
manovali, carrettieri, marinai
delle tre isole e di Trapani.
Non si sa con esattezza a quando
risalga lo sfruttamento del
sottosuolo isolano : i vecchi
ne parlano come di un'attività
connaturata con Favignana e
c'è chi lo fa risalire ad epoca
romana. Gli arabi chiamavano
le cave " le mafie ".
Negli ultimi due secoli e mezzo
questa attività prese un eccezionale
sviluppo.
La lavorazione era basata sul
cottimo: il cavatore prendeva
in appalto un terreno, lo preparava
a proprie spese liberandolo
dal " cappellaccio ",
cioè dal calcare di pietra durissima
superficiale che poteva avere
anche uno spessore di 1-2 metri;
quindi cominciava il lavoro
di estrazione del tufo in blocchetti
(conci) già perfettamente squadrati
: cm 25 X 50 oppure 20 x 40
oppure 25 x 25. Egli veniva
pagato a seconda dei blocchi
consegnati: perciò lavorava
dall'alba al tramonto, 12 o
14 ore, portandosi appresso
i figli dall'età di 8-10 anni.
Le cave potevano essere del
tipo qui detto a cielo aperto,
ma spesso la roccia veniva attaccata
lateralmente con gallerie dal
livello del mare, al fine di
raggiungere il materiale piú
pregiato per compattezza e grana,
che è sempre il piú profondo.
Si lavorava dal sotto in su,
scavando nello stesso tufo delle
tacche cui aggrapparsi mani
e piedi, facendo attenzione
di lasciare grandi pilastri
a sostegno delle volte rocciose
che andavano formandosi a mano
a mano che le caverne ingigantivano.
Cala Rossa è tutta un intrico
di tali impressionanti costruzioni
a « pileri », veri antri dedalici
che si internano per centinaia
di metri, in cui generazioni
di cavatori trascorsero 50-60
anni di lavoro al buio, abbarbicati
alla roccia o trasportando a
spalla milioni di conci verso
le barche o i carri. E le piste
rocciose fuori delle cave sono
tutte scritte dai pesanti solchi
dei carri che arrancavano in
salita, mentre le coste marine
mostrano i segni dei molti piccoli
attracchi per il carico a spalla
su barche a vela che ininterrottamente
facevano la spola da e per Trapani,
Levanzo, Marettimo.
Gli strumenti usati erano la
" mannara ", una specie
di piccozza dalla " penna
" o taglio largo, che serviva
per tracciare e approfondire
nella roccia i contorni del
blocchetto di tufo o "
cantuna "; lo " zappune
" e il " piccune ",
coi quali si estirpava il blocco.
Nessun altro arnese aiutava
il cavatore, che lavorava esclusivamente
a occhio.
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