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Bagno delle
donne o ninfeo, un impianto
che, secondo alcuni, può
benissimo essere una cetaria
per la lavorazione del pesce.
Si presume che sia di epoca
greco-romana del II-III secolo
d.C. è scavato nella
roccia. Probabilmente la grotta
era in parte già esistente,
poi è stata ampliata
soprattutto nella parte destra.
L'ingresso era composto da
una piccola volta ed alcuni
gradini, in parte ancora visibili.
Da lì si accede in
una ampia sala di m 5x 4 circa,
dove si faceva arrivare l'acqua
del mare, tramite un tunnel
lungo una decina di metri
e largo metri 1,30 circa.
Costruito un po' curvo (forse
per fermare la forza del mare
e del vento), il tunnel a
circa metà percorso
ha due finestrelle aperte
nella parete di roccia: quella
bassa serve a far entrare
l'acqua, quella più
alta a far entrare la luce.
Gli scogli, predisposti fuori
dal tunnel per farm convogliare
l'acqua del mare all'interno
, presentano una significativa
curva per accompagnare l'acqua
più dolcemente. Inoltre,
l'ingresso verso il mare,
ai lati delle pareti ed il
alto, è stato scavato
come per poterlo chiudere
con una saracinesca in legno
o in metallo ogni volta che
si voleva, soprattutto in
caso di maltempo. Il pavimento
della sala, per alcuni metri
(verso il centro), era stato
preparato con il vespaio(un
impasto di malta e piccoli
sassi), in modo da poterlo
poi rivestire con tessere
di mosaico. Il soffitto è
per la metà ceduto
dentro la sala. A cosa poteva
essere destinato tale impianto?
Il quesito è ancora
irrisolto, perchè gli
archeologi non hanno detto
la parola definitiva, ma l'archeologo
Gianfranco Purpura sembra
non avere dubbi: "Resta
dunque aperta la questione
relativa all'impiego di questa
struttura in età greco-romana
e, seppure successive indagini
dovessero accettare la reale
esistenza di un vivavio antico,
la sua presenza in prossimità
di un impianto pe la lavorazione
del pesce non appare affatto
insolita, anzi più
che naturale: meno probabile,
invece, sarebbe la collocazione
di ambienti destinati ad un
uso raffinato ed al culto,
in prossimità di maleodoranti
vasche per la lavorazione
del pesce". Dal libro:
Egadi ieri e oggi (Isolani,
deportati, schifazzi) di Michele
Gallitto, cultore di storia,
delle isole Egadi.
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